venerdì 16 gennaio 2009

Il Dio della carneficina con Anna Buonaiuto, Silvio Orlando, Alessio Boni e Michela Cescon

Un interno familiare popolato da due coppie. Altrettanti accoglienti divani. Libri d’arte ben ordinati sul tavolo basso. Fiori freschi a fare da cornice. E poi tè, caffè e torta di frutta appena sfornata, da offrire agli ospiti. Ci sono tutti gli ingredienti per descrive al meglio, dal di dentro, le manie, le smanie e la condizione psicologica piccolo borghese, di un affresco famigliare.

Un’intelligente e attenta commedia di Yasmina Reza, una delle autrici francesi più rappresentate nel mondo, che con questo Il Dio della Carneficina, raccoglie e amplia un filone drammatico che ha visto e vede la famiglia (intesa nel suo significato più classico) al centro della scena, smascherandone il perbenismo austero di stampo borghese. Molte volte il teatro ha fatto proprio questo soggetto. Vengono subito in mente i testi, Chi ha paura di Virginia Woolf ? di Albee del 1962, Sabato, domenica e lunedì di De Filippo del 1959 e poi le opere di Ibsen, Strindberg, Cechov, per non parlare poi del cinema, con i suoi I pugni in tasca di Bellocchio del 1965, Family life di Loach del 1971, Gruppo di famiglia in un interno di Visconti del 1974, Scene da un matrimonio di Bergman del 1973 e così via.

L’originalità di questo testo della scrittrice di origine iraniana, sta nell’aver escluso dalla scena, i veri protagonista della commedia, i figli. Sentiamo parlare di loro soltanto attraverso i racconti dei rispettivi genitori. Ma i figli, non sono la realizzazione di una proiezione che i genitori hanno di loro? Non agiscono forse, soprattutto in tenera età, in base e per desiderio di uguagliare le sollecitazioni che gli provengono dal loro “esterno” più vicino? Allora di che stupirsi? Ma andiamo per ordine. Véronique e Michel Houillé (due favolosi Anna Bonaiuto e Silvio Orlando), genitori del piccolo Bruno, ricevono in casa Annette e Alain Reille (Michela Cescon e Alessio Boni), genitori di Ferdinand, che ha colpito al viso il loro figlio in una lite di strada. Le due coppie sembrano benintenzionate, hanno deciso di incontrarsi civilmente per regolare la faccenda. Ben presto però la loro conversazione assume toni aggressivi, litigiosi. Una coppia contro l’altra. Dissidi e rancori che si scatenano all’interno della prima, poi della seconda. I due uomini che si coalizzano contro le rispettive mogli, le due donne che contrattaccano facendo altrettanto. Tutti accomunati nel celare l’amarezza di scelte nate sbagliate. Nell’aver cercato nel vuoto altrui quel qualcosa che fosse riuscito a riempire il proprio. In questo si, sono veramente unite. L’aggressività, il cinismo e il delirio da perenni inquieti, fa emergere il loro aspetto più animalesco, barbarico, figlio, questo si, della nostra primordiale paura della fine, della morte. Già i figli. Li abbiamo lasciati assenti dalla scena, convinti come siamo che le loro aggressive azioni provengano da tutt’altra parte. Con i loro occhi spalancati sul mondo, agiscono attraverso insane scorciatoie. Ma il loro grido animale che suona a noi come campanello dall’allarme, è questo si, la testimonianza che sono alla ricerca di un vero “Teatro” di vita, che sappia ancora incantarli.

Il siparietto finale, con quel gesto isterico nel mettere a subbuglio il salotto e scaraventare in aria i fiori del decoro, ha tutti i tratti di un’invitante esortazione a reinventare e ripensare la famiglia. Dal principio. Già dal suo primitivo significato etimologico.

Una scena intelligente, quella realizzata da Gianni Carluccio, che inclinando verso la platea la base circolare, in cui è stato sistemato questo interno familiare, mette ancor più in bocca le risa e l’amaro retrogusto di questa commedia.

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